Il tris di Gnassi e il sindaco della ricostruzione di cui Rimini ha necessità

Il tris di Gnassi e il sindaco della ricostruzione di cui Rimini ha necessità

A deporre a sfavore di un prolungamento della permanenza dell'attuale sindaco a palazzo Garampi ci sono una quantità di fatti e anche nuovi traguardi da centrare, per i quali occorre immaginare una guida totalmente nuova.

Il tris di Gnassi, norma permettendo, con ogni probabilità non descrive le reali aspettative di Andrea Gnassi. Sono soprattutto i Gnassi boys che stanno imbastendo questo teatrino. All’ego politico di Andrea Gnassi Rimini non basta più. Ma il terzo mandato non descrive nemmeno le aspettative di una città che dal punto di vista economico e sociale dovrà fare i conti con una sorta di ripartenza post-bellica. In attesa, però, che per lui si possa aprire altrove qualche altro spiraglio per continuare a vivere di politica, in parlamento o alla Fiera (ammesso e non concesso che riceva il lasciapassare da Cagnoni e, nel caso di un ancora molto ipotetico sistema fieristico regionale, da Bologna) per limitarsi alle puntate più alte, l’ipotesi di rimanere a palazzo Garampi la coltiva, seppure come necessità.
Il tema però è un altro. La città di Rimini ha bisogno del terzo mandato di Andrea Gnassi? La risposta è no. Non è questione di schieramenti e di preferenze politiche. A deporre a sfavore di un prolungamento della permanenza dell’attuale sindaco ci sono una quantità di fatti e anche nuovi traguardi da centrare, per i quali occorre immaginare un sindaco totalmente nuovo, di altra formazione e visione, con nuove priorità da mettere in agenda.

Il turismo riminese si trova davanti a una caduta spaventosa, che i rappresentanti del mondo economico non rilevano solo per la paura di rompere la campana di vetro delle apparenze che puntella il sistema dei pesi e contrappesi. E’ stato già scritto su questo foglio online: il consociativismo nel campo della rappresentanza turistica (e dell’associazionismo economico più in generale), instaurato sotto il regno di Vasco Errani e che dunque si protrae da circa 25 anni, ha ucciso il confronto e nuociuto ad una sana dialettica. Tutti a bersi l’imbevibile, senza fiatare, anche davanti a scelte indifendibili nel campo del turismo. Il declino è ormai chiaro come il sole.
La pandemia ha aggravato una situazione di crisi che da anni un osservatore lucido e libero come il prof. Attilio Gardini ascrive “soprattutto a fattori locali”. In una intervista che ci concesse qualche anno fa, sottolineò questo passaggio: “Per invertire il declino e ridare al settore turistico il ruolo di attivatore dello sviluppo sociale e umano di quest’area occorrono mutamenti nel destination management, nella comunicazione e nella qualità ricettiva che facciano transitare l’offerta riminese dal turismo delle 3S (Sun, Sand, Sea) al turismo delle 3L: Landscape, Leisure e Learning. Questo processo può essere innescato da una rivoluzione urbanistica che renda concretamente possibile il rinnovamento dell’industria dell’ospitalità (dalla spiaggia alle valli interne) coniugando le esigenze di ampliamento delle aziende con la qualità dell’offerta attraverso la ricostituzione dei margini e l’azzeramento delle rendite”. Aggiungeva che “sono diverse le cause del processo recessivo e di declino della Riviera di Rimini, ma con qualche semplificazione possono essere ricondotte a sette macro criticità: debolezza nei segmenti esperienziali, culturali e enogastronomici; posizionamento nel segmento dello sballo, e mi riferisco ad eventi simbolo come notte rosa, molo street parade ed altri; problematiche di accessibilità fisica (stradale, ferroviaria aeroportuale) e accessibilità virtuale (reti telematiche, e-commerce, social networks e così via), per finire con le debolezze presenti a livello di qualità della ricettività, ambiente naturale e urbano e aggiungo anche errori di comunicazione”.
I dieci anni di Gnassi non hanno intaccato, in positivo s’intende, pressoché nulla da questo punto di vista e anzi hanno accentuato il posizionamento nel segmento dello sballo. Si è dato un gran daffare il sindaco, soprattutto nei campi a lui più congeniali, ed è riuscito a chiudere il cerchio sul recupero del Teatro Galli, sul miglioramento del centro storico e a portare quasi in porto il Psbo. Sarà ricordato per tutto questo. Ma il settore che a Rimini vale il 30% del Pil continua a perdere quote di mercato. Tutto è ingessato, non c’è traccia di innovazione, l’investimento non abita più qui, le solite colonie raccontano che il tempo si è fermato. Alle piaghe di sempre si aggiungono quelle generate dal lockdown e da una stagione nera, le cui ombre si prolungheranno oltre l’anno in corso. Nemmeno l’occasione della Destination Management Company è stata colta al volo per svecchiare logiche superate.

Parco del mare e Psbo. Il progetto simbolo della giunta in carica, che avrebbe dovuto – nelle intenzioni strategiche di Ermeti e Gnassi – provocare l’atteso colpo di reni del nostro turismo, non è decollato e, anzi, rischia di diventare una cambiale costosa (stesso destino di Metromare e Teatro Galli) per le amministrazioni che verranno. Anzitutto pesa il mancato coinvolgimento dei privati, senza i quali il parco del mare non esiste e non esisterà. Quello che sta prendendo forma con una lentezza imbarazzante (tanto che si stanno escogitando le inaugurazioni per stralci) è un nuovo arredo del lungomare, che non tarderà a mostrare tutti i suoi limiti.

La sabbia già invade il prato inglese, cosa succederà nei mesi invernali?

Il prato inglese, come si è visto dopo la mareggiata recente, avrà vita difficilissima e tenderà ad essere sepolto dalla sabbia, così come gli alberelli (già disposti “a bandiera”) e gli altri elementi d’arredo. Per mantenerli in uno stato accettabile col trascorrere degli anni serviranno investimenti a non finire. In inverno quel lungomare rischia di diventare ostaggio delle condizioni meteo e dunque poco godibile, se non una cattedrale nel deserto.

Su tutto grava la mancanza cronica di parcheggi, che sposterà anche nella marina i problemi già sperimentati nel centro storico, ormai irraggiungibile. Una impronta strutturale significativa sarebbe stata la realizzazione dei parcheggi sotto il lungomare, ma è mancata anche questa lungimiranza. Si cancella il lungomare, inframmezzandolo con un mostro che solo nominalmente potrà essere definito Belvedere, e si canta vittoria. A Miramare (dove i lavori procedono ancora più lentamente) il risultato finale sarà ancora più deludente, perché diverse sono le condizioni di partenza.

Un sindaco che si riempie la bocca di turismo e che è delegato Anci al turismo, a Rimini accoglie i turisti con le transenne, le pedane in truciolare per poter raggiungere gli stabilimenti balneari e i parchimetri chiusi con sacchi per i rifiuti e nastro adesivo da imballaggio.

A Miramare i lavori sono a questo punto (tutte le foto degli arredi sono state scattate il 12 luglio 2020)

Il Psbo è la nostra fabbrica di San Pietro. E’ forse l’unico intervento che guarda lontano realizzato da Gnassi. Attuato, sarebbe meglio dire, perché tutto è partito durante l’amministrazione Ravaioli. Per trarre un bilancio del suo funzionamento occorrerà attendere la fine completa dell’opera, e nessuno ad oggi è in grado di dire con certezza quando questo accadrà.

Il “nuovo” centro storico, un sogno a metà. E’ indubbio che la riapertura del Teatro Galli, del Fulgor e l’eliminazione delle auto da piazza Malatesta abbiano impresso un significativo sprint al centro storico. Qui però finiscono le belle notizie. Continua l’inesorabile morìa di negozi, nessuno ha ancora pensato ad un brand commerciale capace di sfruttare i nuovi “contenitori” culturali, non mancano sacche di degrado, le solite piaghe legate a viabilità, accessi e parcheggi. Ogni minima decisione viene rinviata sine die. Un piccolo esempio: da quanti anni si parla di una più degna collocazione per la statua di Giulio Cesare in piazza Tre Martiri o del “recupero” dell’originale ancora “requisito” nella ormai disabitata Caserma?

Museo Fellini. La “fellinizzazione” del centro di Rimini è stata una scommessa al buio che però da subito cambierà i connotati della città storica. Potrà dimostrasi una carta vincente ma anche no. Il suo costo è altissimo e la decisione di occupare anche il Castello appare sintomo di una sindrome da luna park che punta in maniera ossessiva sul contemporaneo, sull’evento, e (sorvolando sulle ferite inferte al ponte di Tiberio, Castelsismondo e ancora non si sa quale aspetto assumeranno piazza Malatesta e dintorni) dimentica le potenzialità dei tesori rinascimentali, oltre a quelli romani, che compongono il patrimonio culturale di Rimini, la vera carta turistica mai giocata nemmeno dall’amministrazione Gnassi.

Questura, ex caserma Giulio Cesare, sicurezza. Al di là della tattica, che ha teso ad addossare la responsabilità del nulla di fatto, soprattutto sulla nuova Questura, a Matteo Salvini (ricordate il monologo del sindaco al citofono rotto della struttura di via Ugo Bassi?), nemmeno il decennio di Gnassi ha visto recuperare l’assoluto fallimento legato alla sede delle forze di polizia mai entrata in funzione. Se la PS potrà a breve trasferirsi in piazzale Bornaccini lo si deve anzitutto al braccio di ferro ingaggiato dalla Lega su quel sito, perché inizialmente il sindaco aveva puntato i piedi, scatenando la protesta dei sindacati della polizia. All’improvviso il ribaltone: al posto della nuova Questura le case popolari e nell’ex caserma Giulio Cesare la cittadella della sicurezza. Nel gioco dell’oca sarebbe la casella 58: si torna alla partenza. Però nelle classifiche su furti e reati vari, Rimini appare come la metropoli del crimine. Da un lato si cerca di accreditare la città della dolce vita, dall’altra si affonda nei kRimini.

Bilancio bocciato dai revisori. Mai una giunta comunale a Rimini si era vista polverizzare il proprio bilancio consuntivo. E’ accaduto anche questo sotto l’efficiente amministrazione Gnassi. Una scoppola gigantesca, anche perché i rilievi dei revisori dei conti hanno colpito non solo singole poste di bilancio, ma comportamenti amministrativi definiti gravi, tanto da fornire un assist fenomenale alle minoranze.

Aeroporto. Rimini negli ultimi anni ha dilapidato un patrimonio di valore economico che era stato costruito col sacrificio di più generazioni. Banca Carim resta l’emblema di questa deriva e la Fondazione Cassa di Risparmio, corresponsabile in quanto all’epoca proprietaria della banca, sopravvive a fatica al disastro. Ma l’altro crac è quello dell’aeroporto Fellini, vicenda per la quale anche Andrea Gnassi è a processo. In casa nostra per alleggerire il quadro di un aeroporto che non decolla c’è la tentazione di scaricare sulla “guerra dei cieli”, quindi sulle colpe altrui. Una volta Ancona, un’altra Forlì. Anche su questo fronte Andrea Gnassi non lascia di sé buona memoria.

L’uomo solo al comando. Ha introdotto una nuova moda: sottrarsi al consiglio comunale, il luogo istituzionalmente deputato a rappresentare tutte le istanze politiche della città. Tanto quello che filtra all’esterno del consiglio comunale è mediato dalla stampa, che il sindaco “controlla” con facilità. Se si parla di un difetto non è questo il più ingombrante? Invece lui si addebita la schiettezza, che un difetto alla fine non è perché farebbe parte del Dna dei riminesi.
Si defila dalle questioni scottanti per evitare che qualche schizzo di fango colpisca la sua candida camicia di sindaco percepito, da classifica mediatica, lasciando nel ruolo di sacco del pugile alcuni assessori che meglio si prestano all’incasso. L’uomo solo al comando cade poi in alcune contraddizioni da manuale, come quella di professarsi interessato ad un “centrosinistra allargato” quando anche nel suo partito c’è chi ritiene che ad essersi troppo allargato sia solo lui, e la terra bruciata intorno starebbe a dimostrarlo.

Autunno caldo. Tutti gli indicatori e i più attenti analisti assicurano che la fase drammatica della crisi economica non si è ancora materializzata. Cosa succederà in autunno a Rimini, quando si tireranno le somme di mesi e mesi di mancato o di scarso lavoro, lo diranno i fatti. Ma tutto cospira a prepararci percorsi accidentati. Anche senza ulteriori emergenze sanitarie. Non solo perché in tanti stanno scivolando verso la povertà, ma perché per parecchie imprese arriverà il lockdown eterno e per altre la vicinanza inquietante della criminalità.
Chi si farà carico di questa Rimini un po’ post-bellica, forse peggio da certi punti di vista? Chi saranno i Marvelli, i Clari, gli Accreman? La crisi reclama un sindaco capace di sedersi ad un grande tavolo di lavoro insieme al consiglio comunale, ai suoi cittadini e a tutti i portatori di interesse, per riscrivere le priorità da perseguire (basterebbe riprendere in mano “Rimini terzo millennio” per partire da tanta sostanza). Capace di creare una leggerissima griglia di norme per ribaltare la città turistica e in particolare le strutture ricettive. Rimini ha urgente bisogno di un sindaco che sappia distinguere bene il superfluo dal necessario, che sia rapidissimo nell’alleggerire l’ente pubblico e virarlo al servizio di chi ne ha bisogno. Determinato ad abbattere la burocrazia, la tassazione e le diseguaglianze che un Comune crea ogni giorno col proprio modo di agire. Zero chiacchiere, solo fatti venduti sulla stampa dopo che le opere sono state inaugurate. Finita la stagione del primo cittadino che parcheggia il “monster” nell’atrio del Comune: da lì dovrà entrare tanta di quella gente che ha necessità di parlare col sindaco, che la moto starà meglio all’asta per sostenere qualche buona causa. Probabilmente il nuovo sindaco dovrà tagliarsi anche il compenso, oppure, essendo uno che non vive di politica ma delle proprie capacità professionali, lo “stipendio” lo lascerà alle casse comunali. Servirà un sindaco che si sporchi le mani, che conosca le periferie, i problemi della gente, non solo dei “fighetti”. Che sul turismo si attorni di persone capaci e libere, e così in ogni settore sul quale deciderà di intervenire, in particolare nel campo della valorizzazione dei beni storici, archeologici e culturali.