Luci e tenebre della docuserie «SanPa»

Luci e tenebre della docuserie «SanPa»

Gli autori del racconto su San Patrignano fermo al 1995 hanno pubblicato un video per spiegare cosa li ha mossi. Lo abbiamo analizzato. Ma c'è anche da spiegare che il principale testimone della narrazione su Vincenzo Muccioli e la comunità da lui fondata, da anni è ai vertici del gruppo Abele di don Ciotti.

Chi ha creato SanPa sembra sentirsi talmente chiamato in causa dalle critiche piovute addosso alla docuserie che ha sentito l’esigenza di spiegare il perché del prodotto Netflix. Cosima Spender e Carlo Gabardini, rispettivamente la regista e uno degli autori di SanPa: luci e tenebre di San Patrignano, con un video pubblicato ieri pomeriggio (link in fondo) hanno tentato di chiarire. Pronunciano anche parole che suonano come un alleggerimento del ritratto di Muccioli che esce dal lungo filmato: «un personaggio quasi felliniano, ma molto coraggioso che ha rischiato molto mentre si occupava di questioni di vita e di morte».

La prima notizia è che mentre montano le polemiche gli autori pensano sia il caso di rendere ragione di certe scelte. Perché il lavoro di Netflix viene accusato di essere una sorta di fiction più che un documentario. «Uno scandalo» che meglio sarebbe stato intitolare «’Ombre su San Patrignano’ perché demonizza una persona che ha salvato migliaia di vite», ha dichiarato Red Ronnie. Si è attirato la totale presa di distanza della comunità di Coriano, valutandolo «un resoconto unilaterale» per «soddisfare la forzata dimostrazione di tesi preconcette» con la conseguenza di «effetti negativi e destabilizzanti che potrebbero ricadere sull’oneroso lavoro di recupero, reinserimento e prevenzione». A noi è parso una gogna postuma che riporta indietro le lancette della storia fermandosi al caso Maranzano e alla morte di Muccioli senza approdare al presente di San Patrignano. Perché non va dimenticato che Vincenzo Muccioli muore il 19 settembre 1995, quindi la “gestione” passa ad Andrea Muccioli fino a parte del 2011, e poi si volta di nuovo completamente pagina. Eppure degli ultimi 25 anni non c’è traccia in SanPa. E cosa sia ormai da molto tempo San Patrignano lo spiega bene Letizia Moratti oggi sul Corriere: «Una realtà guidata dai giovani che hanno conosciuto la comunità di allora e da quelli che si sono salvati grazie a chi era passato per quella stessa esperienza. Laura responsabile della cucina, Natasha del ristorante Vite, Fabio degli allevamenti e Massimo del centro medico non hanno conosciuto Muccioli. Ma la forza e l’energia di quei tempi continuano a trasmettersi. San Patrignano si è evoluta come impresa sociale: ha tantissimi sostenitori e “maestri”, grandi personalità e bravissimi artigiani; ha una rete di ambasciatrici che fanno passare il messaggio e aiutano nel fundraising. Sanpa è una realtà che organizza 50 mila incontri all’anno nelle scuole per fare prevenzione, che accoglie ragazze e ragazzi minorenni segnalati dal Tribunale e che ha stretto rapporti con le istituzioni, a partire dal Comune di Rimini e dalla Regione Emilia-Romagna. Ed è anche un modello riconosciuto dalle Nazioni Unite, dove siamo individuati come Ong dal 1997, con stato consultivo in materia di droga. Sanpa dal 1978 ad oggi ha salvato 26 mila persone, ragazze e ragazzi che parevano senza prospettive, offrendo loro gratuitamente assistenza sanitaria e legale, garantendo una formazione, costruendo per loro un percorso lavorativo e aiutandoli a reinserirsi nella società. Sanpa è un bene del nostro Paese: ecco, non dimentichiamolo».

E allora ecco le giustificazioni fornite da Cosima Spender e Carlo Gabardini.
Cominciamo da quelle che la regista italo-britannica fornisce a Luciano Nigro e che si possono leggere oggi su Repubblica: «In una storia non si può parlare di tutto. Noi abbiamo raccontato la prima fase, quella che va dal ’78 al ‘95, quando morì il fondatore». La non risposta (se non si può parlare di tutto occorre almeno fornire una motivazione valida sul perché si decide di tagliare 25 anni di storia) suona anche un po’ banale. Perché è la più drammatica, domanda Nigro, la prima fase? «Perché è la più attuale. La tossicodipendenza è un tema che mi interessa molto. Ho amici che sono genitori e hanno attraversato momenti tremendi. Cercavamo una storia che fa riflettere. Ma non abbiamo drammatizzato. SanPa, nata da un’idea di Gianluca Neri, si basa su fatti solidi che abbiamo scavato con un grande lavoro di archivio e interviste a persone che hanno vissuto quell’esperienza».
Risposte sfuggenti e poco competenti. Attuale? Viviamo in un tempo in cui il fenomeno della droga e i drogati stessi hanno completamente cambiato “pelle” rispetto agli anni in cui Vincenzo Muccioli era in vita e quindi «l’attualità» del problema avrebbe potuto descriverla solo chi ha oggi la responsabilità di condurre San Patrignano.
Sulle cause della morte di Muccioli, SanPa tocca forse il suo punto più basso perché rimesta inutilmente nel torbido, l’omosessualità e l’Aids, senza portare pezze d’appoggio convincenti e, soprattutto, mischiando piani che non andrebbero mischiati e fino a prova contraria un’opera rimane tale anche davanti alle scelte personali di chi l’ha generata.
Veniamo al video nel quale parlano Cosima Spender e Carlo Gabardini che tratteremo con il pensiero degli autori virgolettato seguito da un nostro commento che ne mette in luce le ombre.

Prima giustificazione
«…un documentario senza voce narrante, che viene raccontato solo dalla voce dei protagonisti e dei testimoni. Questo perché l’idea è: evitiamo qualunque tipo di giudizio, o per lo meno di pregiudizio. Vediamo la storia com’è».

Ombre
Avendo scelto di affidarsi solo ai protagonisti e ai testimoni la loro individuazione avrebbe dovuto essere molto più accurata e garantire un ventaglio assai più ampio di punti di vista rispetto a quanto non faccia SanPa. Perché nessuno ha spiegato, ad esempio, che Fabio Cantelli, ex responsabile delle relazioni esterne di San Patrignano e sulla cui versione SanPa poggia le sue più solide fondamenta, da molti anni lavora in una realtà da sempre contrapposta e alternativa a quella creata da Muccioli, cioè il gruppo Abele di don Ciotti, dove riveste un ruolo di vertice (qui; qui; qui; qui)?

Seconda giustificazione
Come nasce l’idea della docuserie? «La storia di San Patrignano e di Vincenzo Muccioli ha dominato le news italiane per molti anni, negli anni 80 e 90 e poi non è più stata raccontata. E secondo me ci voleva proprio una docuserie per riaprirla e per raccontarla nei suoi minimi dettagli».

Ombre
Ma SanPa non racconta «la» storia di San Patrignano e di Vincenzo Muccioli, e tanto meno lo fa «nei suoi minimi dettagli» se è vero che San Patrignano e molti altri che hanno ben conosciuto la comunità e Muccioli non riconoscono nella serie la sostanza dell’esperienza di San Patrignano e del suo fondatore.

Terza giustificazione
SanPa è «un documentario sul potere delle persone, sul potere delle sostanze, sul potere delle idee, sul potere della politica».

Ombre
Ma non era un documentario sulla storia di San Patrignano attenendosi ai fatti e astenendosi da valutazioni di valore?

Quarta giustificazione
Perché raccontare la storia di San Patrignano oggi? «Possiamo sempre imparare dal passato e la docuserie ci dà il tempo per rivisitare un storia nelle sue sfumature, una storia che è stata vista come bianco e nero, che ha diviso l’opinione pubblica e che ha polarizzato il pubblico all’epoca».
«Il motivo per cui fare un documentario oggi su Vincenzo Muccioli e San Patrignano intanto è perché questa storia non è mai stata raccontata per intero e in tutte le sue sfaccettature e quindi andava fatto. E’ un tipo di storia che ha bisogno anche di distanza per essere raccontata con precisione». «Abbiamo cercato di raccontare la storia in un modo equilibrato».

Ombre
La critica principale rivolta a SanPa è proprio quella che mancano le sfaccettature e l’equilibrio e si finisce per criminalizzare. SanPa non è un prodotto dal taglio storico ma piuttosto è profondamente segnato dalla cronaca, letta davvero con poco distacco.

Quinta giustificazione
«Ci sono foto che non sono mai state mostrate dai giornali dell’epoca e che noi mostriamo per la prima volta e che sono importanti perché una foto è una foto e uno può capire delle cose».

Ombre
Mostrare foto di accadimenti che risalgono a 40 anni fa è un’operazione cinematografica. Quegli scatti hanno bisogno di essere contestualizzati, invece vengono estrapolati da un lontano passato e catapultati davanti agli occhi di un pubblico che non dispone degli strumenti adeguati per comprenderne il significato. Quelle fotografie oggi non hanno senso, tanto meno se lette senza riferimenti culturali. Per essere un documento, 40 anni dopo, quelle fotografie necessitano quanto meno di essere calate all’epoca alla quale si riferiscono. Una immagine di 40 anni fa senza una didascalia, ad esempio, è nulla. E dal come si scrive la didascalia dipende la qualifica di documento.

Sesta giustificazione
«La domanda che ha fatto da faro nella stesura: quanto male sei disposto a tollerare perché venga fatto del bene?»

Ombre
Come se il male a San Patrignano fosse pianificato: su un piatto della bilancia c’è il bene e sull’altro il male. Logica da fiction.

Settima giustificazione
In che modo avete valutato le testimonianze? «Per me la magia del documentario è questo strano mix tra estrema preparazione ed estrema apertura all’inaspettato».
«Io penso che uno dei motivi per cui oggi abbia senso raccontare questa storia è che è anche un po’ doveroso nei confronti dei protagonisti. E’ stato più volte commovente ed emozionante vedere come molti di loro arrivassero giustamente schermati e protetti e poi a un certo punto è diventato quasi catartico: avevano bisogno di raccontare questa storia. Qualcuno ci ha detto: “erano più di trent’anni che vi aspettavamo. Dove eravate? Perché ho bisogno di raccontare questa storia”. Perché nel raccontarle le storie in realtà le si comprende».

Ombre
Il docufilm «penso sia stata un’occasione persa. Non avere raccontato nessuna delle storie di fragilità che poi sono diventate forza e vita piena è stata un’occasione persa», dice Letizia Moratti oggi nella intervista pubblicata dal Corriere. Anche altri testimoni (una quindicina quelli segnalati da San Patrignano agli autori della docuserie) attendevano di poter raccontare e non ne hanno avuto la possibilità.

Ottava giustificazione
«Mi aspetto delle reazioni sia favorevoli che sfavorevoli per la vecchia questione che Muccioli ha spaccato questo paese in due tifoserie che non si parlano e semplicemente si urlano addosso».

Ombre
Ma la docuserie favorisce in pieno la logica delle due tifoserie, non la supera affatto.

Nona giustificazione
«Facendo questo documentario più volte ho pensato che la verità, la realtà, può essere veramente più sorprendente della finzione».

Ombre
SanPa fa venire meno il confine fra realtà e finzione.

Decima giustificazione
«Sanpa racconta bene l’Italia e come si affronta un’emergenza, con il bisogno di cercare l’uomo forte che risolva tutto lui e con il bisogno di trovare una fede in qualche cosa qualunque essa sia».
Nella intervista a Nigro la regista chiarisce ancora meglio parlando di Muccioli: «Un uomo con ottime intenzioni che ha fatto cose straordinarie. Ma con pressioni enormi addosso. E quando SanPa superò i duemila ospiti la situazione, forse, gli sfuggì di mano».

Ombre
Come si vede non siamo alla documentazione della realtà ma al tentativo di trarre delle conclusioni e derivare delle letture ideologiche o quanto meno condizionate da chi in passato la storia di San Patrignano l’ha raccontata in un certo modo. Legittima, ma di parte.

A nostro parere c’è un passaggio in cui Cosima Spender svela la trama e forse anche il limite di SanPa: «…usando i personaggi come veicolo per raccontare la storia di San Patrignano in modo equilibrato». Usando i personaggi, appunto, secondo un copione viziato da una “sceneggiatura” di un certo tipo. L’ideatore di SanPa, Gianluca Neri, nella intervista concessa a Selvaggia Lucarelli (qui), fornisce qualche altro spunto per comprendere il clima in cui si è formato: «Sentivo parlare di San Patrignano a Cuore, entrai a lavorare lì durante la gestione Sabelli Fioretti, un po’ dopo le inchieste su San Patrignano, che tra l’altro Cuore fu l’unico a pubblicare, perché pubblicarle voleva dire perdere lettori. Arrivavano un sacco di lettere del tipo “Andateci voi a salvare i ragazzi anziché star lì a fare disegnetti”». L’idea di SanPa nasce in maniera strana: Neri aveva in mente una docuserie sul delitto di Yara che però non va in porto. Da Netflix gli chiedono un’altra idea: «Io non l’avevo, ma improvviso: “Ma certo, SanPa!”. In realtà era la prima cosa che mi è venuta in mente. Passo la notte a fare una presentazione bellissima in inglese e la prendono. Era il 2018».
C’è un particolare che colpisce chi conosce qualcosa di San Patrignano. Nella quinta puntata dedicata alla «caduta» (dopo avere trattato di nascita, crescita, fama e declino) SanPa mostra l’inviato che intervista Fabio Cantelli davanti al settore manutenzione con il filo spinato. «Fabio questa recinzione col filo spinato in alto somiglia ad una recinzione da campo di concentramento». Dopo alcuni secondi di impacciato silenzio, Cantelli risponde: «Ci sono altre recinzioni di questo tipo ma non è assolutamente un settore punitivo come i giornali hanno voluto dipingere questo settore perché per noi la manutenzione è un settore molto prezioso perché svolge un lavoro di accoglienza per i ragazzi».

Fabio Cantelli intervistato davanti al settore manutenzione all’epoca col filo spinato.

A 25 anni di distanza Cantelli commenta: «Nel modo in cui dicevo le cose già c’era una certa difficoltà, volevo credere a quello che dicevo ma avrei voluto dire altro. Per me lì iniziò veramente la crisi rispetto al mio ruolo. Io sapevo che a San Patrignano c’erano dei reparti più duri, la manutenzione e la macelleria, non sapevo che li dentro il pestaggio era pane quotidiano o quasi». Fabio Cantelli lascia la comunità nel 1995 e dunque il fatto che non sapesse, pur rivestendo il ruolo di responsabile della comunicazione e vivesse all’interno di San Patrignano, dovrebbe essere letto come una grave carenza sua. Di certo quel filo spinato fu tolto nel 1995 dai ragazzi che rimasero a San Patrignano e decisero di fare tesoro degli errori compiuti. Oggi il settore manutenzione non esiste più e al suo posto è sorta prima la «casa delle mamme» con i loro bambini (e questo spiega invece perché rimase la rete, visto che a fianco c’è una strada percorsa da vari mezzi) e poi alcuni appartamenti.

San Patrignano non si è fermata al 1995. Nel 2008 ha ricevuto la visita del capo dello Stato, Sergio Mattarella, nel 2007 era stata premiata quale migliore organizzazione sociale no profit su scala mondiale nell’ambito del World Economic Forum di Davos. Da 23 anni è “consulente speciale” presso il consiglio economico e sociale dell’Onu. Nel gennaio nello scorso anno salì a San Patrignano accompagnato da sindaci riminesi e da consiglieri regionali, il presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini e disse: “Grazie per quello che fate ogni giorno perché abbiamo bisogno di una società dove non si perda mai il valore della solidarietà. Sono qui oggi come Presidente di Regione, ma è la nona volta che vengo in questi cinque anni. Abbiamo collaborato molto bene con la dirigenza di San Patrignano perché abbiamo strutturato un rapporto che è cresciuto nel tempo e che da pochi giorni ha visto arrivare l’accreditamento della struttura sanitaria, oltre ad aver lavorato in questi anni per accrescere la promozione dei prodotti agroalimentari di questa realtà che oggi sono un’eccellenza mondiale”.
Ma «l’uomo chiama “neutro” quello che vuole imporre senza confessarne i motivi» (Nicolas Gomez Davila).

Il video: Sanpa, perché lo abbiamo realizzato.