Il vulnus nel rapporto fra giustizia e politica a San Marino impeccabilmente spiegato dal prof. Caprioli

Il vulnus nel rapporto fra giustizia e politica a San Marino impeccabilmente spiegato dal prof. Caprioli

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è molto chiara sul punto: la giurisdizione penale non deve essere soltanto immune da qualunque condizionamento ma deve anche apparire tale. E cosa direbbe la Corte sull’ordinamento sammarinese che estromette i giudici “a tempo determinato” dal Consiglio Giudiziario Plenario in quanto a rischio dipendenza dalla politica, per poi affidare loro «il processo a più elevato rischio di condizionamenti politici che si sia mai celebrato a San Marino»? Un «cortocircuito logico, un paradosso», secondo il giudice d’Appello del processo “Conto Mazzini”. Parlano nuovi verbali.

“… il legislatore sammarinese ha ritenuto che i giudici a tempo determinato – come il sottoscritto e come gli altri nuovi due Giudici d’appello – non possano far parte del Consiglio Giudiziario Plenario (il «CSM di San Marino», ndr). E’ una ragione che si trova scritta a chiare lettere, diciamo, di fuoco, nella relazione al progetto di legge (n. 1 del 2020, ndr), e che è stata vigorosamente ribadita anche nel corso del dibattito consiliare, che ha preceduto l’approvazione della legge. Dice la relazione: in Consiglio Giudiziario bisogna dare «La precedenza ai magistrati che abbiano ricevuto conferma dopo il periodo di prova, perché è fondamentale garantire che i componenti siano perfettamente indipendenti» (sottinteso dal potere politico), cioè che le posizioni dei singoli componenti in Consiglio Giudiziario Plenario possano essere espresse in modo libero e privo di condizionamenti».
Lo dice con pacatezza ma senza mezzi termini il giudice d’Appello Francesco Caprioli, il professore di diritto penale entrato quasi tre anni fa tra i togati della Repubblica, nel verbale della seduta dell’8 giugno scorso del Consiglio Giudiziario Ordinario, consesso presieduto dai due massimi guardiani delle Istituzioni di San Marino, i Capitani Reggenti, dal segretario di stato alla Giustizia e a cui partecipano gli altri 14 magistrati civili e penali, di ogni ordine e grado, del tribunale del Titano. Unico assente, giustificato, il commissario della Legge: Roberto Battaglino.
Anche in questo caso, Rimini 2.0 ha potuto leggere con attenzione il resoconto del lungo dibattitto. Ne offre una prima sintesi nel nuovo capitolo della nostra inchiesta sull’affaire giustizia e politica a San Marino.
Per Francesco Caprioli il tema della riunione è importante. Molto. Non è un problema formale, incrociare lame in punta di diritto, valutare ripartizione di ruoli. È un fatto che incide direttamente sull’esercizio della giustizia penale e sul ruolo terzo del giudice. Di cui tutti devono essere consapevoli. Ha proseguito così il giudice d’Appello Caprioli: «Lo ha ribadito senza mezzi termini un Consigliere nel corso della discussione consiliare, ha detto: “non possiamo permetterci che vadano a prendere decisioni [in Consiglio Giudiziario Plenario] magistrati che sono ancora sotto conferma e quindi dipendenti dalla politica”. Sorvolo sull’idea, che mi sembra poco lusinghiera per i magistrati a tempo determinato, che sta alla base di questo ragionamento, e cioè che come componenti del Consiglio Giudiziario Plenario farebbero di tutto per non riuscire sgraditi a chi dovrà concedere loro questa sospirata conferma in ruolo; non è questo che mi interessa. Quello che mi interessa, e che sinceramente mi preoccupa, è che le Istituzioni sammarinesi pensino – e soprattutto dicano alla comunità dei cittadini di San Marino – che dei quattro giudici d’appello che esercitano la giurisdizione in questa Repubblica, tre sono “dipendenti dalla politica”. Tanto più che uno dei tre, il sottoscritto, sta per accingersi a celebrare il processo a più alta temperatura politica che si sia mai celebrato nella Repubblica».
Caprioli, parla dell’appello del “Conto Mazzini”, la tangentopoli del Titano, quella che ha mandato dietro la sbarra ventuno politici, tra loro otto ex segretari di Stato (ministri) e cinque ex Capitani Reggenti (Presidenti della Repubblica). E oggi, 12 ottobre, dopo l’ennesimo rinvio delle udienze, proprio lui deve decidere se aderire alla richiesta di tutti i collegi difensivi. Immediata acquisizione agli atti del processo, dei verbali del Consiglio Giudiziario di San Marino post sentenza primo grado, pubblicati da Rimini 2.0. Quelli in cui, secondo gli avvocati, emerge una gestione collegiale di indagini e dibattimento “Conto Mazzini”, tra inquirente, giudicante e magistrato dirigente. Per loro fare entrare nel processo quei verbali significa che istruttoria, rinvio a giudizio e sentenza di primo grado devono essere annullati.
L’8 di giugno Francesco Caprioli era all’oscuro di questo “particolare”. La nostra inchiesta parte a fine agosto, la richiesta delle difese è di settembre. Ma il professore di diritto torinese con precisione e understatement molto piemontesi, continua a elencare ai suoi colleghi limiti e profili di rischio del rapporto politica/giustizia made in Titano. In tempi non sospetti dice: «Il tema dell’indipendenza dei giudici dalla politica va trattato con grandissima cautela e grandissima attenzione. Perché tutti conosciamo la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che dice che la giurisdizione penale non deve essere soltanto immune da qualunque condizionamento – per usare le parole che si trovano nella Relazione – ma deve apparire tale agli occhi della comunità. Dice la Corte che non basta che giustizia sia fatta, bisogna che tutti pensino che giustizia è stata fatta. Bisogna che nessuno abbia motivo di dubitare, neanche per un attimo, che il giudice non sia indipendente. E allora io mi chiedo: questo osservatore esterno, che la Corte evoca sempre con la sua giurisprudenza sull’indipendenza della magistratura, cosa direbbe, cosa penserebbe. Penserebbe: ma come, l’ordinamento sammarinese estromette per legge un giudice dal Consiglio Giudiziario Plenario sul presupposto che il suo status di giudice a tempo determinato e, quindi della precarietà, è un giudice dipendente dalla politica (…) e quello stesso ordinamento affida a quel giudice il processo a più elevato rischio di condizionamenti politici che si sia mai celebrato a San Marino. Mi sembra un cortocircuito logico, mi sembra un paradosso sul quale non ci sono da spendere molte altre parole». E a questo punto nel verbale della seduta appiano, per la prima volta, degli esclamativi: «Non è un problema teorico e accademico! Lo sapete tutti. Conoscete tutti il processo Mazzini. In primo grado i difensori l’hanno posta molto seriamente, con grande forza, la questione della dipendenza del giudice di primo grado da condizionamenti di tipo politico-sociale. E voi lo sapete, perché conoscete la sentenza Mazzini, come aveva risposto il giudice Felici. Tradendo, come dire, qualche difficoltà, ha scritto cosi: “purtroppo ancora non si sono travati sistemi più efficaci di questo che si applica a San Marino come in tutti i Paesi civili. E cioè affidare la giurisdizione penale in tutti i processi (…) a un funzionario dello Stato, a cui sia garantita una spiccata autonomia e indipendenza dal potere politico”. “Spiccata autonomia e indipendenza”, scrive il giudice Felici nella sentenza. Beh, “spiccata autonomia e indipendenza”, io non so: penso che quei difensori di quel processo abbiano letto con qualche soddisfazione le parole scritte nella Relazione al disegno di legge (…). Cioè, mi domando: ed io come farò a replicare alle accuse che sono state rivolte al giudice di primo grado, se il difensore le rivolgerà a me sbandierando il disegno di legge e sbandierando quelle dichiarazioni? Avrò solo un modo di replicare, perché è quello che penso profondamente: io non sono dipendente dalla politica».
Insomma, ancora una volta la fragilità della giustizia sammarinese, parliamo di uno Stato, è cronaca già annunciata, scritta, risaputa e tenuta chiusa, al solito, nelle pagine dei verbali dei suoi organismi. E come in ogni ottima sceneggiatura: in cauda venenum. Leggiamo la chiosa finale dell’intervento di Francesco Caprioli da cui si evince come il giudice a tempo determinato sia arma a due tagli: «Io trovo singolare che in un ordinamento un giudice sia messo lì a fare il giudice per tre anni, gli vengano affidati anche dei processi importantissimi e dopo tre anni gli si dice: no tu non sei capace di fare il giudice. Tra l’altro mi domando: se io ad aprile dell’anno prossimo, quando ancora non avrò depositato la sentenza – perché mi prenderà qualche mese scriverla – cosa farà il Consiglio Giudiziario Plenario? Sarà il Consiglio ad essere condizionato. Perché dirà: se non gli diamo la conferma salta il processo, venti udienze e centinaia di pagine già scritte, salta perché non viene data (conferma, ndr)».
Emerge quindi anche una notizia: prima della prossima primavera sarà difficile avere la motivazione della sentenza di secondo grado “Conto Mazzini”. Cresce pure lo sconcerto di chi legge il verbale. Questi temi e problemi erano sul tavolo e a conoscenza di tutti i magistrati e nulla è stato fatto per trovare una soluzione giuridicamente trasparente, super partes e imparziale.
Per dovere di cronaca, impossibile non osservare come per gli imputati e i loro avvocati la situazione sia difficile. Ci si difende nel processo, dentro e durante il dibattimento. Però, nel caso del “Conto Mazzini” la domanda è sempre la stessa. Si potrà mai gestire in questo modo un’indagine e un dibattimento? Soprattutto: ci si può davvero difendere in un processo così? Per di più, gli ultimi due mesi hanno confermato come fare il giudice a San Marino sia ruolo e professione dall’orizzonte sempre più incerto. Ben sei dei partecipanti a quella riunione, si sono dimessi, sono stati rimossi o sottoposti a censura e sospensione entro fine luglio: Valeria Pierfelici, Giovanni Guzzetta, Andrea Morrone, Ferdinando Treggiani, Massimiliano Simoncini e Francesco Buriani. Mestiere a rischio ma, visti i chiari di luna economici, dignitosamente retribuito. Gli stipendi vanno dai 90mila euro l’anno degli ultimi assunti ai 130mila del dirigente del tribunale della Repubblica della Libertà. Tre anni di tempo indeterminato valgono, così, un reddito complessivo di 270mila euro. La conferma, apre scatti d’anzianità e di ruolo e comincia a fare crescere gli emolumenti. Soprattutto li sposta, differenza mica da poco, nell’orizzonte temporale del tempo indeterminato.

3-continua (1 e 2)

Fotografia: di Chickenonline da Pixabay

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