Sulla chat dei preti si diffama “Rimini 2.0”

Sulla chat dei preti si diffama “Rimini 2.0”

I preti del dialogo, quelli che costruiscono ponti verso il gay pride, hanno una strana idea di apertura. Verso il nostro giornale lanciano strali. Sulla chat di un gruppetto di preti diocesani c'è anche chi ci dà dei pennivendoli, e chi cerca di montarci la fronda in casa. Ora, però, raccontiamo tutto.

I preti in Diocesi sono pochi, lo sanno tutti. Il vescovo accorpa parrocchie, ogni tanto mette mano a qualche spostamento. I pochi sacerdoti che ci sono hanno il loro bel daffare e spesso devono celebrare messa in diverse chiese. Hanno anche molte preoccupazioni che li assillano: vocazioni (com’è noto il seminario nuovo non ha seminaristi), indebitamento bancario intorno ai 23 milioni di euro (parola dell’economo diocesano di qualche mese fa), frequenza alla vita della Chiesa sempre più flebile, l’impegno senza fine per affrontare le sfide della missione, i giovani… eccetera eccetera. Ma alcuni preti trovano anche il tempo per chattare su di noi, proprio noi di Riminiduepuntozero, scambiandosi valutazioni diffamanti proprio nei confronti di questo piccolo foglio online (e soprattutto di chi firma questo pezzo) che non dovrebbe spaventare chi gode di ottima e abbondante stampa e anche di una ramificata voce informativa altisonante foraggiata dalla Curia.

Eppure questo accade. Qualche giorno fa Riminiduepuntozero è stato messo al centro di un attacco incredibile sulla chat dei preti. Da parte solo di alcuni di loro, sia chiaro. Sempre i soliti, quelli progressisti. A chattare c’erano anche quelli del dialogo col gay pride, ma afoni coi cattolici del Comitato Giovanna Scopelli. Quelli che …il dialogo con tutti, anche coi nemici della Chiesa. Rispetto, rispetto verso tutti, vanno predicando dai megafoni diocesani. Ma proprio con tutti no. A noi ci odiano. Ci vorrebbero polverizzare. A quelli del dialogo, nei confronti di Riminiduepuntozero, scatta qualcosa di luciferino.

Un’idea ce l’ho su questa schizofrenia dei preti dialoganti: la loro è una concezione ideologica del dialogo. Alla fine non sanno nemmeno di che dialogare, se non ripetere vuoti ma amorevoli sentimentalismi. Dovrebbero andare a scuola di dialogo dalla Tradizione viva della Chiesa, invece si reputano maestrini nati imparati (per i quali la storia della Chiesa che conta è cominciata col Concilio Vaticano II, che interpretano a loro uso e consumo), e inorgogliti da qualche cattedruccia e da qualche titolo o incarico, ma questa è solo la mia personalissima opinione. Così come a me sembra che uno degli uomini di Chiesa più dialoganti in Italia sia stato il card. Giacomo Biffi (quante soddisfazioni ha regalato anche alla stampa?), che invece è stato dipinto come un reazionario conservatore. “Egli aveva un concetto molto alto del dialogo, e disprezzava profondamente chi lo praticava o come sforzo di ridurci tutti ad un minimo comune denominatore o al perditempo della chiacchiera da salotto. In breve: il dialogo coincide con l’evangelizzazione”. Parole del card. Caffarra ai funerali di Biffi. Chiacchiera anche da chat.

Esiste una chat dei preti? Certo. L’ho scoperto anche io solo di recente. Non si può dire che si ispiri a Matteo (Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno) ma forse al vangelo della chiacchiera (chat uguale chiacchierata). Sulla chat i preti si scambiano idee, iniziative, valutazioni, si confrontano sulle loro decisioni.

Probabilmente ad innescare la chat in questione, quella che ci riguarda, sono stati due argomenti trattati su Riminiduepuntozero. L’articolo sulla parrocchia di Santarcangelo che si è defilata dal Festival, la lettera che ne è seguita di don Andrea Turchini e la relativa risposta, e il commento che il vaticanista Marco Tosatti ha pubblicato il 17 scorso sulla Nuova Bussola Quotidiana su gay pride e processione riparatrice di Rimini, che noi abbiamo ripreso ritenendolo, guarda un po’, una notizia.

Ebbene? Un sacerdote molto in vista, su questa chat (che ha coinvolto preti con un passato ed altri con un presente di alte responsabilità in Diocesi e a vari livelli) ci dà dei pennivendoli e aggiunge, fra le altre cose, che saremmo da tempo i denigratori della Chiesa riminese, ma consiglia, forse per scoraggiare chi chiede che altri preti si schierino a difesa della Chiesa e contro i denigratori, di non dare peso a quanto scritto da noi, di lasciare cadere la cosa.

Ora, vorrei ricordare a questo reverendo (comunque istruito e dunque, si presume, cosciente del significato del termine che ha utilizzato) che secondo il dizionario Treccani pennivendolo è colui “che fa della propria capacità di scrivere un uso mercenario, facendosi, anche in contrasto con le proprie convinzioni, difensore e sostenitore delle tesi e degli interessi di chi gli assicura maggiori vantaggi personali”. E’ diffamante. L’ha stabilito la Cassazione. Ma non mi rivolgerò ad un avvocato. Non me ne importa nulla. Se avrò tempo, durante questa estate, lo andrò a trovare nella sua parrocchia e gli chiederò di ripetere davanti a me quello che ha scritto in chat. Sono indeciso se presentarmi da lui con la dichiarazione dei redditi o con una doppia sciabola. Una per me e una per lui, in modo da poter incrociare le spade a duello. Non pensate male, vorrei solo, alla maniera di Zorro, imprimergli una bella P sulla natica destra (meglio sulla sinistra, alla quale tiene di più), così lui si ricorderà del Pennivendolo ed io di una Pattumiera che dissemina spazzatura invece di contenerla.

Immagino perché mi detesti questo sacerdote. Scrivendo di chiesa riminese da una trentina d’anni, ho pestato anche qualche callo. Ho, ad esempio, raccontato in maniera approfondita l’addio forzato di un vescovo (non lo nomino nemmeno perché è passato a miglior vita e non vorrei disturbare il suo riposo) che fece nomi e cognomi dei preti che gli organizzarono una “chiesa parallela”. Nel suo libro Il fascino dell’oltre (Piemme, 2000) dirà del periodo riminese: “Chi mi voleva debole e fiacco aveva il suo tornaconto. Sperimentai anche quella parte della sofferenza di Paolo quando volevano demolirlo con l’ironia, o quando gli buttavano in faccia la non fiducia nel suo mandato apostolico”. E anche: “Avvertivo qualche ombra di rifiuto, tentativi di emarginazione, anche qualche colpo basso”.

Sempre in quella chat un prete si impegna a contattare alcuni giornalisti di Rimini 2.0 per ottenere da loro una dissociazione da certo modo di fare giornalismo. Vorrebbe crearci la fronda in casa. Ma non sa che la casa è talmente piccola e accogliente che la fronda non ci entra nemmeno a spingerla a quattro mani. Dialoganti e inquisitori.

C’è chi si preoccupa di difendere il vescovo perché attaccato (?!?) su quanto ha dichiarato sul settimanale diocesano nella intervista relativa a gay pride e processione riparatrice. Come se il vescovo non sapesse decidere da solo se, come e quando difendersi. E chiede una sorta di attivismo dei preti al riguardo.

C’è chi esprime solidarietà al prete ferito. Forse nell’orgoglio perché nessun’altra ferita pare abbia riportato a causa degli articoli di stampa.

Poca roba, alla fine. Se la sono cantata e suonata in sette o otto preti (alcuni peraltro con commenti molto formali e innocui) su una chat che comunque coinvolge pochi preti diocesani.

Visto che, almeno alcuni di loro, si professano “francescani” ferventi, ecco un pensierino facile facile di papa Francesco: “Quelli che vivono giudicando il prossimo, parlando male del prossimo, sono ipocriti, perché non hanno la forza, il coraggio di guardare i loro propri difetti. Chiediamo per noi, per la Chiesa tutta, la grazia della conversione dalla criminalità delle chiacchiere all’amore, all’umiltà, alla mitezza, alla mansuetudine, alla magnanimità dell’amore verso il prossimo”.

Se c’è un vescovo in questa Diocesi, e sono sicuro che c’è perché l’ho anche intervistato ed è stata (almeno per me) una bella intervista, chi scrive spera che possa dire e fare qualcosa verso i preti pettegoli e un pochino adirosi che chattano su di noi.

Mi piacerebbe intervistarla ancora, Eccellenza. Ho già in mente il titolo, un po’ copiato, ma insomma…: “Costruiamo insieme il ponte del dialogo”. Vorrei che lei si rivolgesse, con verità e carità, a quei preti diocesani che si riempiono la bocca di dialogo. Ma che sono irrispettosi della libertà altrui. Nella quale va compresa anche la professione. Ipocriti.