Appello “Conto Mazzini”, processo sempre più controverso e a rischio annullamento

Appello “Conto Mazzini”, processo sempre più controverso e a rischio annullamento

Banca CIS. Nuove prove del rapporto tra Gruppo Grandoni e Alberto Buriani ed è tempesta sui Buriani Boys. Il Segretario di Stato alla Sanità Roberto Ciavatta dichiara nel parlamento sammarinese: tanti politici frequentavano lo studio di Buriani, si ricevevano anteprime dei mandati di cattura spiccati per il “Conto Mazzini” prima che venissero notificati agli accusati. Nell’udienza di domani nuove richieste di acquisizione di atti, verbali e interrogatori di nuovi testimoni. L'obiettivo è chiaro. Il cerino è in mano al giudice Francesco Caprioli.

Indagini e processi, continuazione della politica con altri mezzi. La telenovela del processo “Conto Mazzini” diventa ogni giorno più ricca di scandali, retroscena giudiziari, politici e finanziari. In tre parole: soldi, potere, eliminazione degli avversari per via giudiziaria. Buon viatico per la nuova udienza dell’appello di domani, in cui il Giudice Francesco Caprioli, pronostico scontato, sarà certamente chiamato a valutare l’inclusione nelle carte del “processo più importante della storia della storia di San Marino” (copyright degli stessi magistrati del Titano, orgogliosi e felici di “non occuparsi solo di assegni a vuoto e guide senza patente”), di alcune novità.
Infatti, le conclusioni della Commissione consiliare d’inchiesta istituita nel 2019 “sulle crisi bancarie e sulle presunte responsabilità politiche che hanno coinvolto la società di credito industriale sammarinese Banca CIS”, gettano nuove e inquietanti ombre su quanto accaduto durante indagini, istruttoria e poi processo di primo grado della tangentopoli del Titano. In particolare sul rapporto tra il giudice capo del pool inquirente del “Conto Mazzini”, Alberto Buriani e il “Gruppo Grandoni” (Marino Grandoni, Daniele Guidi) all’epoca proprietari di Banca Cis.
Fra le affermazioni di uno dei testimoni ascoltati dalla commissione, Federico D’Addario (che ha anche depositato un memoriale), vagliate con attenzione da parte della Commissione e ritenute “molto rilevanti”, c’è anche quella che sottolinea come, grazie ai suoi stretti rapporti con la dirigenza dell’istituto bancario, si muoveva liberamente all’interno dei loro uffici, avendo modo di ascoltare “singolari telefonate” del direttore di Banca Cis, Daniele Guidi, in cui dialogava con i Commissari della Legge su Asset Banca e non solo: “Nel giugno 2014, una settimana prima dell’arresto di omissis (la commissione d’inchiesta copre il nome della persona in questione, ndr) ho sentito Guidi che argomentava al telefono con persona ignota, continuando a insistere che un non ben identificato personaggio andava arrestato”. Caso vuole che a riempire l’omissis ci pensi un fatto. Proprio il 24 giugno di quell’anno il leader della DC sammarinese, ex Capitano Reggente della Repubblica, Claudio Podeschi, viene arrestato per riciclaggio nell’ambito delle indagini “Conto Mazzini”. Con lui finisce dietro alle sbarre anche la sua compagna Biljana Baruca.
A firmare i provvedimenti i commissari della legge Alberto Buriani, Simon Luca Morsiani e Antonella Volpinari. Non ci sarà stato rapporto di causa ed effetto ma la coincidenza solleva inevitabili domande. Podeschi, all’epoca solo nell’elenco degli indagati “Conto Mazzini”, si stava interessando da mesi all’acquisizione della licenza bancaria EurocommercialBank. Operazione non gradita dal “Gruppo Grandoni” preoccupato di una perdita del controllo su Banca Cis. Ma D’Addario va pure oltre nel descrivere il rapporto di conclamata contiguità tra Guidi e il tribunale di San Marino. Il tutto nasce da un contrasto violento tra lui e il direttore di Banca CIS. Il tema è il conteggio di un debito non dovuto, secondo D’Addario frutto di un conteggio contabile errato da parte della banca, di cui chiede con annessa perizia immediato annullamento e rimborso. Guidi prende però cappello. Prima chiede di pazientare e poi di fronte all’ipotesi di un’azione legale, si arrabbia e afferma che lo “avrebbe distrutto perché aveva appoggi all’interno del tribunale e poteva dimostrare l’indimostrabile, perché nel tribunale comandava lui”.
Insomma, la vicenda entra a gamba tesa dentro la fase d’indagine del “Conto Mazzini”, vero nodo gordiano del rapporto finanza, politica e giustizia sammarinese. I giudici spiccano mandati di cattura, che a qualcuno risultano molto utili. Non bastasse questo, entrano in scena anche dei nuovi protagonisti, i “B-B”. Al secolo “Buriani Boys”. La notizia della loro esistenza arriva dal sincero e stupefacente outing del segretario di stato alla Sanità e esponente del movimento Rete, Roberto Ciavatta, avvenuto nel Consiglio Grande e Generale, il parlamento monocamerale di San Marino, dello scorso 29 ottobre. Eccone una sintesi: “I politici dovrebbero essere capaci di dire ‘ho sbagliato’. Io lo dico adesso: ho smesso d’incontrare nel suo ufficio ai Tavolucci il giudice Buriani verso aprile 2016, quando mi consigliò esplicitamente che avremmo dovuto come Rete entrare nella compagine di governo di Adesso.sm. Mi diceva che su Grandoni non c’erano elementi…, ‘entra in quel governo lì’, …io ero allibito. All’epoca moltissimi politici, potremmo fare l’elenco, frequentavano quell’ufficio e lui forniva informazioni privilegiate, ad esempio, sul Conto Mazzini. Eravamo i famosi Buriani Boys, al nostro fianco c’era Antonio Fabbri (…) che mi passava per email i mandati di arresto (del “Conto Mazzini”, ndr) prima che venissero recapitati agli interessati con tanto di note calligrafe del giudice Buriani. Negli anni ho sporto denunce su questi elementi, tutte ovviamente archiviate”. Parole come pietre in un’altra parte dell’intervento: “Chi tocca Banca Cis muore. Grazie all’aiuto determinante del tribunale, di una parte del tribunale, erano i tempi in cui i Buriani Boys chiedevano come poter essere utili a quella che consideravamo una liberazione dalla corruzione politica, il Conto Mazzini. Solo la richiesta di schierarmi e di sostenere anche l’impunità di Grandoni, mi ha aperto gli occhi su come io fossi usato per scopi che nulla avevano a che fare con la giustizia” (intervento completo qui).
Ed è questo il vero tema in ballo nel processo d’appello. Quando, quanto e come, la giustizia sia stata telecomandata, al di fuori di ogni logica del diritto, di garanzia degli imputati e di corretta e trasparente informazione di cittadini sammarinesi e opinione pubblica, nel processo “Conto Mazzini. La tangentopoli c’è stata, alcuni degli accusati hanno pure confermato i fatti. Centinaia di milioni hanno finanziato in modo illecito i partiti storici di San Marino, ma quella che domani mattina si trova sul tavolo il giudice d’appello Caprioli è altra domanda. È stata un’indagine giusta, un processo corretto, quello dove il segreto istruttorio è costantemente violato dai giudici di ogni ordine e grado, dove le accuse e i più di 78 anni di condanne arrivate in primo grado, sono realmente commisurati alla realtà dei fatti contestati agli imputati? Quella classe politica, otto ex segretari di Stato (ministri) e cinque ex Capitani Reggenti (Presidenti della Repubblica), DC e PS del Titano, sono stati cancellati da un mondo cambiato ancora prima che dal tribunale. Ma a leggere questo torrente di verbali e dichiarazioni e ricostruzioni dei fatti da parte di persone direttamente coinvolte, ricerca della verità processuale, del merito delle accuse, condanne commisurate all’entità dei reati sembrano rimaste tra le polverose pagine dei manuali di diritto o delle petizioni di principio. È una ferita senza precedenti per un sistema giudiziario democratico, per la dovuta separazione e impermeabilità tra i poteri esecutivo e giudiziario. E a fare saltare il coperchio di questo vaso di Pandora di nascosti interessi privati economici e finanziari, d’intreccio patologico tra politica e giustizia pro domo propria, di violazione di norme e leggi da parte di troppi magistrati, è stata proprio l’inchiesta avviata da Rimini 2.0.
Il nastro di partenza è stata la pubblicazione delle trascrizioni del dibattito nel Consiglio Giudiziario, il Csm di San Marino, del 19 dicembre 2017. Quello dove, in barba alle più elementari norme giuridiche, veniva ammessa dall’allora magistrato dirigente la violazione del segreto istruttorio, i costanti incontri tra magistrato dirigente, giudice delle indagini e quello dibattimentale.
Senza dimenticare le dichiarazioni del giudice d’appello Caprioli durante la seduta dell’8 giugno scorso del Consiglio Giudiziario Ordinario, sempre pubblicate da Rimini 2.0. Mette in guardia colleghi e politici sul reale ruolo terzo dei giudici a tempo determinato, di cui lui stesso fa parte, sottoposti a conferma del ruolo da parte della politica; sui limiti giuridici, del dispositivo della sentenza di primo grado; su come la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo affermi che la giurisdizione penale non deve essere soltanto immune da qualunque condizionamento ma deve anche apparire tale. Cosa che, nel caso in questione, sembra lontana milioni di anni luce. Allarmi e perplessità rimasti, al solito, senza risposte. Il cerino è così in mano a Caprioli.
Domani mattina si troverà di fronte legali pronti a dare battaglia. Facile prevedere la discussione immediata sulle passate violazioni del segreto istruttorio, le richieste di acquisizione degli atti della commissione d’inchiesta su Banca CIS, l’escussione di nuovi testimoni. In ballo non c’è l’avvenuto finanziamento illecito dei partiti, ma la validità stessa del processo di primo grado e il suo possibile annullamento. Almeno il buon giurista pimontese, Francesco Caprioli, ora non è proprio solo. A ricoprire il ruolo di magistrato dirigente, lasciato vacante dalle dimissioni estive di Valeria Pierfelici, dall’Italia è arrivato Giovanni Canzio. È stato presidente della Corte di Appello di Milano (2011-2015) e della Corte di appello di L’Aquila (2009-2011), consigliere della Corte di Cassazione (1995–2009). Come ogni magistrato del Belpaese, di processi come continuazione della politica con altri mezzi ha inevitabilmente lunga conoscenza. Quindi è sufficientemente esperto e ormai immunizzato circa le contaminazioni politica-giustizia, sempre tenute fuori da dibattimenti e sentenze.

Fotografia di David Mark da Pixabay