Tutto ruota attorno a due atti ufficiali che risalgono al 1946. L’ufficio tecnico del Comune di Rimini nel rappresentare al sindaco il progetto di sistemazione dell’asilo italo-svizzero attestava (senza addurre prove e andando al di là dei propri compiti) che l’area scelta “è parte di quella dell’Anfiteatro Romano e nella quale gli assaggi ripetutamente eseguiti non hanno dato luogo a rinvenimenti di ruderi”. Era il 26 gennaio. Cinque giorni dopo il Soprintendente Iacopi correggeva il tiro e parlava di “vestigia tuttora inesplorate”.
Ogni tanto il tema dell’Anfiteatro riminese ricompare alla ribalta delle cronache locali, senza peraltro permettere di capire in quale direzione si stia o si voglia andare per risolvere l’annoso problema. Sarà un caso, e lo è sicuramente, che dopo una delle nostre periodiche narrazioni sull’argomento (qui), su un quotidiano locale è apparso un articolo che si riferiva ad “ad un documento ufficiale della Soprintendenza archeologica e delle belle arti, datato 22 marzo 2017, di cui si è sempre tanto parlato…”, ma solo ora in possesso di quella testata giornalistica. Per completezza d’informazione, sarebbe stato auspicabile vederlo pubblicato.
Ma proseguiamo. Sempre nel predetto documento, come si riporta, si legge tra l’altro: «l’eliminazione delle costruzioni poste all’interno dell’area dell’anfiteatro non corrisponderebbe di per sé al miglioramento della tutela del monumento e ancor meno potrebbe essere sufficiente ad assicurarne la valorizzazione». Passando poi per l’affermazione finale che «un intervento di “liberazione” delle strutture a scopo di valorizzazione comporterebbe opere di sterro di notevole portata, che necessiterebbero comunque di una vigilanza archeologica, ma che permetterebbero un incremento dei dati archeologici che possiamo stimare come molto ridotto». E allora?
Quale senso trarre da queste conclusioni se non domandarsi se i vincoli archeologici di inedificabilità assoluta e gli strumenti urbanistici emessi dall’Amministrazione comunale in proposito, siano ancora in essere o meno e il motivo per il quale essi sono stati istituiti e reiterati nel tempo. A ragion veduta ritengo, e lo ripeto, che la situazione vada affrontata in modo esaustivo e non con affermazioni “apodittiche”, ma indimostrate, alle quali credere ciecamente.
Perché in base ad una concreta logica, data l’importanza del problema, la tesi che al di sotto dell’area occupata dal Ceis non ci sarebbe nulla dovrebbe, per onestà intellettuale, essere dimostrata pubblicamente con delle prove, tanto da escludere ogni altra illazione. Lo si dovrebbe per la cittadinanza innanzitutto, ma anche per le Istituzioni stesse che supporterebbero in modo tangibile certe loro dichiarazioni, con la dimostrazione dei fatti; ovvero con la divulgazione delle date delle campagne di scavo, e dei loro risultati, senza i quali si rischia di parlare del nulla. Oltretutto, se non altro, per la trasparenza alla quale sono chiamate nei confronti dei cittadini.
INVECE…
Maria Grazia Maioli.
Il prof. Jacopo Ortalli.
IN PRECEDENZA
Occorre ripercorrere la storia dello sventurato monumento, peraltro qui raccontata (qui), ma che è bene rammentare nei suoi tratti più salienti.
È doveroso premettere che l’area è principalmente interessata da ben due Decreti Ministeriali rispettivamente del 1913 e 1914 che vietano assolutamente qualunque opera edificatoria. Anche se di fatto è avvenuto altro. Ma il punto saliente è questo: come nasce quel venticello incontrollato che diffonde da anni l’idea che sotto al Ceis non ci sarebbe niente?
Il 24 gennaio 1946 in una lettera indirizzata alla R. Soprintendenza Antichità di Bologna, l’Ispettore Onorario, e direttore della Biblioteca Gambalunga, Carlo Lucchesi, comunicava di avere avuto notizia che nell’area dell’Anfiteatro «sta per essere sistemato un Asilo baraccato». Ma sebbene, come affermato, di “carattere provvisorio” l’intervento richiedeva opere di scavo e, pertanto, Lucchesi interrogava la Soprintendenza per sapere se fosse stata avvertita, auspicandosi i necessari “provvedimenti in merito”.
LA TESI DEGLI UFFICI COMUNALI
Nel frattempo, però, dal Comune di Rimini, ufficio tecnico, veniva redatta una comunicazione che ha la veste di una sorta di Relazione tecnica ed economica a firma dell’allora Ingegnere Capo e indirizzata al Sindaco, nella quale, oltre alla descrizione sommaria dei lavori da eseguirsi e i relativi costi economici, si affermava che: «L’area scelta per la sistemazione del nuovo asilo baraccato è parte di quella dell’Anfiteatro Romano, e precisamente quella non scavata e nella quale gli assaggi ripetutamente eseguiti non hanno dato luogo a rinvenimenti di ruderi».
Un’affermazione di circostanza, finalizzata al risultato, o riportata con leggerezza? E in base a quali elementi oggettivi? Strano che un tecnico abbia queste competenze e possa rendere certe affermazioni, che sono di esclusiva peculiarità e competenza della Soprintendenza. Tra l’altro lo stesso ufficio comunale parlava genericamente di un “benestare” concesso dalla “competente Soprintendenza” e dal “superiore Ministero della Pubblica Istruzione”, ma senza aggiungere che tale benestare era stato concesso “a patto che i lavori di scavo per le canalizzazioni” non andassero a ledere l’area archeologica.
E a tagliare la testa al toro, come si suol dire, arrivò a stretto giro (il 31 gennaio dello stesso anno) proprio il pronunciamento ufficiale del Soprintendente Giulio Iacopi, il quale assicurava che l’operazione era stata autorizzata dal Ministero competente, (in barba ai decreti vigenti e mai soppressi), però “a patto che i lavori di scavo non vengano approfonditi tanto da recar danno alle vestigia tuttora inesplorate”. Suona come una smentita netta a quanto aveva poc’anzi sostenuto l’ufficio tecnico comunale. Nel gennaio del 1946, le vestigia dell’Anfiteatro venivano quindi definite inequivocabilmente come “INESPLORATE”. In mancanza di altri elementi, ad oggi ignoti, questa deve essere considerata la “verità”.
Si consideri che la parte attualmente scoperta corrisponde a circa un terzo rispetto all’intera area del monumento. La restante, interrata, è occupata “provvisoriamente” dal Ceis.
Con tutta probabilità chi sostiene che sotto il Ceis non ci sarebbe niente non fa che ripetere una “voce” smentita dalla Soprintendenza, recitata come un disco rotto per celare la totale mancanza di disponibilità a risolvere il problema, che sussiste in spregio alle leggi e al dettame della nostra Costituzione.
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